« La crescita del bambino è un progressivo mettere spazio tra sé e l’adulto: dalla dipendenza neonatale il bambino cerca una graduale non-dipendenza grazie alla quale imparerà a destreggiarsi da solo, fino a raggiungere la capacità di adattarsi al vivere esterno senza più protezione alcuna.
Per arrivare a questo il bambino deve poter vivere in pienezza la dipendenza iniziale e gradualmente imparare a farne a meno, autoregolandosi.

Dall’autoregolazione il bambino passa molto presto al voler prendere da sé, portare alla bocca, spostare gli oggetti, eccetera.
Basta seguirlo giorno per giorno e offrirgli le occasioni senza spingere né tanto meno anticipare:
cavatela da solo!‘ non deve significare abbandono.
Solo così il bisogno di indipendenza sarà facilmente soddisfatto.Proprio qui nascono i conflitti più pesanti.
Oggi gli si impedisce di sfilarsi le scarpe, domani di mangiare da solo, dopodomani di giocare a modo suo e così via.
La patologia nello sviluppo sociale (l’incapacità di stare con gli altri) ha una radice evidente nell’errore più comune dell’adulto: la sostituzione, significativo termine montessoriano!

Ne consegue che il contatto positivo con altre persone con le cose è offuscato da un sentimento d’impotenza, d’incapacità.
“Non lo so fare….Non so saltare…Non sono capace…..Fammelo tu….Mi sporco…”

Il bambino allora rinuncia ad agire perché ha paura dell’errore: le sue mani mai messe alla prova, i rimproveri dell’adulto o semplicemente i troppi ‘ti aiuto io’, ottundono il suo sviluppo motorio e mentale, squilibrando il rapporto positivo tra idee e azione, danno al bambino la sensazione di essere un prolungamento dei genitori o un robot che può agire solo quando l’adulto acconsente o ha la testa girata dall’altra parte. Tutto ciò in seguito diventerà: “Non so pensare…. Non so decidere”.» (G. H. Fresco)

Cosa hai provato leggendo queste parole di Grazia Honegger Fresco?

A volte non  si da sufficiente peso a questo argomento pensando: “Si ma io lo faccio poche volte, solo quando ho fretta e non posso farne a meno!”

Parole ‘pericolose’: nel senso che, se si va a vedere bene e a fare un’analisi più attenta, si scopre che a volte non ci accorgiamo di quanto invece involontariamente ci sostituiamo al nostro bambino o bambina.
Non lo facciamo certo con cattiveria, anzi a volte lo facciamo anche in buona fede, ma ciò di cui ci dobbiamo accorgere è che una modalità educativa di questo tipo è più pericolosa di quanto possiamo immaginare.

Proprio come scritto sopra, così facendo, si crea una sorta di dipendenza tra il bambino e l’adulto.
All’adulto questa situazione potrebbe anche piacere in un certo senso, perché fa si che il bambino resti ‘legato’ a lui…e per il bambino ora che è piccolo è una gran comodità…ma poi è quello che veramente vogliamo? E’ l’autonomia che tanto sogniamo per i nostri figli?

E inoltre cosa vuol dire “…non posso farne a meno”?
Sono dell’idea che c’è sempre un altro modo: ti mostro come si fa, te lo spiego in un altro modo, lo facciamo insieme…ma scegliere in maniera sbrigativa di farlo noi, passando al bambino il concetto: “Tu non sei in grado”, è il peggior investimento che possiamo fare sulla costruzione della fiducia in se stesso e della sua autonomia.

Davanti a un bambino che chiede ‘troppo’ il vostro aiuto, domandatevi invece quanto lo avete ‘aiutato’ in precedenza senza che lui o lei ve lo abbia chiesto.

Accorgiamoci…e troviamo il modo più rispettoso per loro per noi.

Alessia Salvini